Breve vademecum sui piani di riarmo per un’altra Europa e un’altra Italia a cura di Roberta Fantozzi
Indice
1. 2025: L’ANNO DEI FOLLI PIANI DI RIARMO
- UE: Rearm Europe (Preserving Peace – Defense Readiness Road Map 2030)
- UE: Il nuovo Quadro Finanziario Pluriennale per il periodo 2028-2034
- NATO: Il 5%del Pil entro il 2035
- UE: le previsioni sulle spese militari “aggiornate” agli obiettivi NATO
2. I PIANI DI RIARMO UE E NATO SONO VINCOLANTI PER I SINGOLI PAESI?
3. CON QUALI MOTIVAZIONI SI GIUSTIFICA IL RIARMO?
- Il Libro Bianco per la difesa Europea
- La Russia può invadere l’Europa o è “distrutta” e con un’economia “a pezzi”?
- Il rapporto Sipri sulle spese militari mondiali nel 2025
- Il Libro Bianco, un anno dopo
- La guerra all’Iran
4. LE CONSEGUENZE DEL RIARMO
- Uno sguardo globale: il rischio della catastrofe, i costi economici. La “deterrenza” non funziona
- L’Europa: l’austerità e l’illusione di rafforzare il proprio “posto nel mondo” attraverso il riarmo
- Il riarmo tedesco
5. SPESA MILITARE E WELFARE IN ITALIA
- La spesa militare e gli impegni del governo Meloni
- Cosa significa per l’Italia l’aumento della spesa militare prevista dalla NATO?
- Una spesa sociale già pesantemente sottofinanziata
- Rovesciare le priorità: prima la vita delle persone e del pianeta.
Avvertenza. Lo scopo di questo vademecum è fornire informazioni utili per rafforzare l’iniziativa e le mobilitazioni contro la guerra ed il riarmo: ricostruendo quanto è avvenuto nel recente passato (quel 2025 segnato dai giganteschi piani di riarmo, in particolare della UE e della Nato), citando le analisi più recenti sulle spese militari come sulle conseguenze del riarmo, e mettendo a confronto i processi di riarmo con la necessità di dare risposte ai bisogni sociali e alla crisi ecologica.
Molti temi non sono trattati: non lo è l’analisi delle cause di fondo che determinano la spinta alla guerra, né quella delle relazioni internazionali (richiamate per cenni solo in relazione ai processi di riarmo), né un approfondimento sull’industria bellica, e neppure la ricognizione delle conseguenze dei processi di militarizzazione sulla società. Tutti temi che richiederebbero un’autonoma indagine.
1. 2025: L’ANNO DEI FOLLI PIANI DI RIARMO
Nel 2025 sia l’Unione Europea che, ancor di più, la Nato hanno avviato giganteschi piani di riarmo.
UE: Rearm Europe (Preserving Peace – Defense Readiness Road Map 2030)
La presidente della Commissione Europea Von Der Leyen ha presentato nel marzo del 2025 un piano denominato Rearm Europe che è stato approvato dal Parlamento Europeo. Il nome del piano è stato modificato in “Preserving Peace – Defence Readiness Road Map 2030” nell’ottobre successivo, quando ne sono state specificate le priorità.
Dal punto di vista dell’entità, il piano si è dato l’obiettivo di mobilitare almeno 800 miliardi di spese militari aggiuntive.
In 4 modi:
1) in primo luogo attraverso la National Escape Clause, cioè autorizzando ogni stato membro della UE ad indebitarsi per le spese militari, fino all’1,5% del Pil, oltre i livelli fissati dal Patto di Stabilità. Questo per 4 anni, dal 2025 al 2028. Secondo la Commissione UE, in questo modo, nell’insieme dell’Unione Europea, le spese militari possono aumentare di 650 miliardi.
2) in secondo luogo l’Unione Europea ha costituito il fondo SAFE (Security Action for Europe) per 150 miliardi, per fare prestiti per nuove spese militari agli stati membri – con tempi di rimborso e tassi di interesse agevolati – purché siano in programmi coordinati tra stati.
3) in terzo luogo si prevede la possibilità di destinare alle spese militari, le risorse non ancora spese dei fondi per la coesione sociale e territoriale, cioè quelli destinati alle aree particolarmente svantaggiate.
4) infine la Banca Europea per gli Investimenti, inizialmente esclusa da ogni investimento militare, sta riorientando sempre più la propria azione, in particolare attraverso i progetti dual use, nel settore bellico.
Un anno dopo la presentazione di Rearm Europe, 17 paesi UE hanno attivato la clausola di salvaguardia per lo sforamento dei vincoli del Patto di Stabilità: Austria, Belgio, Bulgaria, Cechia, Croazia, Danimarca, Estonia, Finlandia, Germania, Grecia, Lettonia, Lituania, Polonia, Portogallo, Slovacchia, Slovenia e Ungheria.
19 paesi hanno chiesto l’accesso ai prestiti SAFE: Belgio, Bulgaria, Danimarca, Spagna, Croazia, Cipro, Portogallo e Romania, Estonia, Grecia, Italia, Lettonia, Lituania, Polonia, Slovacchia e Finlandia, Repubblica Ceca, Francia e Ungheria.
UE: Il nuovo Quadro Finanziario Pluriennale per il periodo 2028-2034
Sempre per quel che riguarda l’Unione Europea, nella predisposizione del nuovo bilancio per gli anni dal 2028 al 2034, la Commissione ha proposto uno stanziamento di 130,7 miliardi di euro per difesa e spazio, a cui si aggiungono 17,6 miliardi per la mobilità militare. I fondi per la difesa più che quintuplicano la spesa dei sette anni precedenti, che prevedeva risorse per circa 27 miliardi.
All’interno di un bilancio di circa 2000 miliardi, che rimane sostanzialmente invariato ( al netto dei rimborsi per Next Generation Eu, è pari al 1,15 del reddito nazionale lordo della UE, contro l’1,13 del bilancio precedente), dati i forti aumenti anche delle spese su migrazioni e frontiere, ed il fondo per la ricostruzione dell’Ucraina, l’aumento del bilancio per la difesa comporta una forte riduzione delle altre voci: a partire dai fondi per la coesione e da quelli per la politica agricola, che passano dal 66 al 54% del bilancio complessivo, mentre la quota dei finanziamenti destinati a competitività e difesa, incluso il sostegno all’Ucraina, passa dal 18% al 30%.
Inoltre molte voci del bilancio sono utilizzabili per investimenti dual use, civile e militare.
Alla difesa potranno anche essere destinati parte dei prestiti dal nuovo fondo di 150 miliardi Catalyst Europe.
Il QFP è tutt’ora in fase di contrattazione, e a fine aprile 2026 il Parlamento Europeo ne ha chiesto un aumento del 10% in modo da ridurre i tagli ai fondi per agricoltura e politiche di coesione, che hanno provocato la dura reazione delle organizzazioni degli agricoltori.
NATO: Il 5%del Pil entro il 2035
Il vertice Nato dell’Aia del giugno 2025 si è concluso con una dichiarazione che impegna gli stati membri a destinare alle spese militari il 5% del Pil entro il 2035, secondo la richiesta più volta avanzata dal presidente Usa, Donald Trump.
Tutti i paesi europei, con l’eccezione della Spagna, hanno accettato quell’obiettivo.
Il 5% dovrebbe essere raggiunto in particolare portando al 3,5% le spese militari “tradizionali” come definite dalla Nato (armi, mezzi, munizioni, missioni internazionali e sostegno militare all’Ucraina, forze armate nel bilancio della difesa ed altre forze che possano partecipare ad operazioni militari, pensioni, ricerca e sviluppo), con un 1,5% aggiuntivo per la “sicurezza nazionale”: “protezione delle infrastrutture critiche, difesa delle reti, garanzia e preparazione della resilienza civili, innovazione e rafforzamento della base industriale della difesa”.
Secondo il rapporto annuale della Nato pubblicato il 26 marzo 2026, per quanto si precisi che si tratta di stime, tutti i paesi membri hanno raggiunto nel 2025 l’obiettivo del 2%, fissato dal vertice Nato del 2014.
Per 13 paesi (Albania, Belgio, Bulgaria, Canada, Croazia, Italia, Lussemburgo, Montenegro, Macedonia del Nord, Portogallo, Slovacchia, Slovenia, Spagna), questo obiettivo sarebbe stato raggiunto nel 2025, con un aumento significativo della spesa rispetto all’anno precedente.
Come si vedrà in relazione all’Italia, il raggiungimento del 2% dipende anche dalla riclassificazione delle spese, con l’inserimento di quelle per la “sicurezza nazionale”, cioè è frutto, in diversa misura a seconda dei casi, tanto di incrementi effettivi della spesa quanto di operazioni contabili.
Il rapporto Nato enfatizza il risultato raggiunto, e non è difficile comprendere il perché: come avrebbe potuto altrimenti essere credibile un nuovo salto delle spese militari, con un aumento in 10 anni del 3% del Pil, se il precedente e più limitato obiettivo, non fosse ancora stato centrato?
UE: le previsioni sulle spese militari “aggiornate” agli obiettivi NATO
Dopo il vertice Nato, anche gli obiettivi di spesa dei paesi UE sono stati “aggiornati”. Rearm Europe diventa in sostanza uno step fino al 2028, in connessione con il perseguimento degli obiettivi NATO per il 2035.
Nell’ultima relazione presentata, a settembre 2025, l’Agezia Europea per la Difesa (EDA) ha stimato che nel 2025 le spese per la difesa dei 27 paesi membri UE avrebbero raggiunto il 2,1% del Pil, rispetto all’1,9% del 2024, passando da 343 miliardi a 392 (381 a prezzi 2024). Anche nel 2024 la spesa era cresciuta rispetto al 2023, con un aumento del 19% “determinato in gran parte dai livelli record di acquisti di attrezzature”.
Stimando la crescita del PIL nominale al 2035, nella relazione si calcola che mantenendo il 2%, la spesa militare dei paesi UE sarebbe nel 2035 di 461 miliardi di euro, di 807 passando al 3,5%. Il 5% significherebbe una spesa annua di 1153 miliardi.
I nuovi obiettivi comporterebbero quindi al 2035 una spesa aggiuntiva annua di 346 miliardi per il 3,5%, e di quasi 700 (692) per il 5%, facendo crescere le spese ogni anno fino al loro raggiungimento e poi mantenendo quel livello, a regime.
Il commissario UE Kubilius, con riferimento all’obiettivo del 3,5% ha parlato di un big bang della spesa per la difesa UE, con un una spesa complessiva cumulata in 10 anni di 6800 miliardi di euro.
Kubilius ha anche dichiarato che questi obiettivi avrebbero richiesto l’uso di “tutte le fonti di finanziamento disponibili a livello nazionale e Ue”, precisando che la spesa “si baserà principalmente sui bilanci nazionali” che stanzieranno risorse “100 volte maggiori” rispetto a quelle Ue, per “centrare i target di capacità Nato”.
2. I PIANI DI RIARMO UE E NATO SONO VINCOLANTI PER I SINGOLI PAESI?
No, non lo sono. Non esiste vincolo a che si aderisca a quegli obiettivi, non esiste sanzione nel caso che si torni indietro dagli impegni assunti.
Nel caso di Rearm Europe, questo è visibile nella stessa struttura del piano: i singoli paesi possono utilizzare la clausola di salvaguardia ed indebitarsi per spese militari aggiuntive oltre i vincoli del Patto di Stabilità, possono chiedere prestiti dal fondo SAFE, e possono usare i residui del fondo per la coesione. Possono, non devono.
Ovviamente c’è un indirizzo politico molto netto che viene dalla UE e che si traduce nelle Raccomandazioni che vengono fatte ai singoli paesi, e per quel che riguarda le scelte del bilancio UE – il Quadro Finanziario Pluriennale per il 2028-2034 – le decisioni che saranno assunte, ricadranno su tutti i paesi membri, ma per la componente di gran lunga principale del piano – gli 800 miliardi da mobilitare in termini di spesa aggiuntiva dal 2025 al 2028 – le decisioni restano in capo ad ogni singolo paese, ad ogni singolo governo.
Lo stesso vale per l’obiettivo del 5% del PIL del piano NATO. Le decisioni del Consiglio Atlantico devono essere assunte in modo unanime. Questo non è avvenuto, per l’opposizione esplicita della Spagna, il cui governo ha dichiarato che si sarebbe fermato al 2,1% del Pil, ritenendolo sufficiente per le esigenze della propria difesa, e l’unico modo per non compromettere le spese necessarie per finanziare welfare e transizione ecologica.
A fronte dell’impossibilità di un consenso unanime, il segretario generale Rutte, ha proposto un accordo “intend to spend”, una dichiarazione di intenti, cioè un impegno non vincolante.
È un aspetto che va tenuto sempre presente, non per sminuire la gravità delle scelte che si sono assunte a livello europeo e Nato, che vanno contrastate con la massima determinazione, ma per avere chiaro che non c’è nessun “ce lo chiede l’Europa” o “ce lo chiede la Nato” che possa essere utilizzato per nascondere la responsabilità finale di scelte che restano nella disponibilità dei singoli governi, e possono e devono essere radicalmente modificate, anche a quel livello.
3. CON QUALI MOTIVAZIONI SI GIUSTIFICA IL RIARMO?
Il Libro Bianco per la difesa Europea
Contestualmente al Rearm Europe, sempre nel Marzo 2025 la Commissione UE ha presentato il White Paper for European Defence – Readiness 2030, approvato dal Parlamento UE.
Le motivazioni del riarmo sono riassumibili nel Libro Bianco in due serie di argomentazioni.
La prima relativa alle minacce da cui difendersi: prima di tutto la Russia, indicata come “la più grande minaccia alla nostra sicurezza… se si permette alla Russia di raggiungere i suoi obiettivi in Ucraina, le sue ambizioni territoriali si estenderanno oltre”, ma anche il pericolo costituito dalla Cina “stati autoritari come la Cina cercano sempre più di affermare la propria autorità e il proprio controllo sulla nostra economia e società”. Più o meno contestualmente Von del Leyen dichiarava che la Russia avrebbe potuto attaccare stati membri della UE o della Nato e che “Diverse agenzie di intelligence stimano che il Cremlino potrebbe essere pronto per un simile attacco entro il 2030”
La seconda motivazione è invece rivolta più in generale al mutare del quadro globale, incluso il fatto che “gli alleati e i partner tradizionali come gli Stati Uniti, stanno spostando la loro attenzione dall’Europa ad altre parti del mondo”, e che “un nuovo ordine internazionale si formerà nella seconda metà di questo decennio e oltre”.
Da questo insieme di considerazione, la conclusione: “È giunto il momento per l’Europa di riarmarsi… essere pronti ad affrontare un eventuale conflitto su larga scala nel prossimo futuro… se affronteremo questo momento con determinazione, azione collettiva ed una strategia chiara, rafforzeremo il nostro posto nel mondo…”.
Difendersi dalle minacce in primis da quella russa, dunque, ma anche rafforzare attraverso il riarmo il proprio “posto nel mondo”.
Sulla minaccia costituita dalla Russia, sulla previsione che dopo l’Ucraina altri paesi europei sarebbero stati attaccati, si sono registrate dichiarazioni sempre più estreme. Dal premier polacco Tusk “O soldi oggi o sangue domani”, a Von Der Leyen “la pace è finita”, al capo di Stato maggiore della difesa britannico “le famiglie britanniche devono essere pronte a mandare i loro figli o le loro figlie in guerra contro la Russia”, a quelle dell’omologo francese sulla necessità di preparare il paese a “perdere i propri figli” in guerra.
Dopo molte dichiarazioni di questo tenore (quelle sopra citate sono degli ultimi due mesi del 2025), l’Alta rappresentante UE per gli affari esteri e la sicurezza, Kaja Kallas un paio di mesi dopo, il15 febbraio 2026 alla Conferenza sulla Sicurezza di Monaco dichiarava: “Cerchiamo di essere lucidi riguardo alla Russia: non è una superpotenza… Oggi la Russia è distrutta, la sua economia è a pezzi, è scollegata dai mercati energetici europei e i suoi stessi cittadini stanno fuggendo”.
La Russia può invadere l’Europa o è “distrutta” e con un’economia “a pezzi”?
Non è possibile in questa sede discutere a fondo della guerra tra Russia e Ucraina. Si può però riaffermare che la condanna dell’aggressore ed il diritto all’autodifesa dell’aggredito, inequivocabili secondo il diritto internazionale, vanno insieme al dovere della comunità internazionale di prevenire ogni conflitto e di risolverlo immediatamente per via politica e diplomatica, altrettanto inequivocabile secondo la Carta delle Nazioni Unite.
La ricerca di una soluzione politica e diplomatica al conflitto avrebbe comportato e comporta la necessità di perseguire la sicurezza di tutti, quella dell’Ucraina rispetto alla Russia, la minaccia percepita dalla Russia rispetto all’espansione ad est della Nato, come di affrontare il lungo conflitto nei territori russofoni, dopo i mai attuati accordi di Minsk.
Nessuna delle motivazioni addotte dalla Russia giustifica l’aggressione all’Ucraina, le vite umane cancellate, con la stima di quasi 500mila morti, di una generazione di giovani ragazzi ucraini e russi, con la distruzione di un paese.
Allo stesso tempo, nulla giustifica la rinuncia dell’Europa a svolgere qualsiasi ruolo di mediazione politica e diplomatica, la scelta della guerra, né gli elementi razionali sulla potenza militare ed economica della Russia, confermano in alcun modo l’idea che l’Europa fosse e sia di fronte ad uno “stato di necessità”, al rischio di un’invasione, ad una minaccia esistenziale, non affrontabile altrimenti che con la propria trasformazione in un’economia di guerra. Come emerge dall’analisi sulle spese militari, e sulla più complessiva condizione della Russia.
Il rapporto Sipri sulle spese militari mondiali nel 2025
Secondo l’ultimo rapporto Sipri pubblicato il 27 aprile 2026, nel 2025 le spese militari mondiali sono aumentate per l’undicesimo anno consecutivo, raggiungendo la cifra record di 2.887 miliardi di dollari, pari al 2,5% del Pil mondiale.
La crescita maggiore si è registrata in Europa, con un aumento nel 2025 del 14%.
La spesa militare dei membri Nato è stata pari a 1581 miliardi di dollari, il 55% della spesa mondiale.
La spesa dei membri europei della Nato è stata di 559 miliardi di dollari pari al 19,3% della spesa mondiale.
La Russia nel 2025 ha raggiunto la cifra di 190 miliardi di dollari, pari al 6,6 della spesa mondiale, con un aumento nel 2025 del 5,9%.
La Cina con 336 miliardi di dollari, rappresenta il 12% della spesa mondiale, con un aumento nel 2025 del 7,4%.
Gli Stati Uniti, che nel 2025 hanno ridotto la propria spesa del 7,5% in virtù soprattutto della diminuzione delle risorse per l’Ucraina, raggiungono i 954 miliardi di dollari, pari al 33% della spesa globale. Va segnalato come Trump abbia annunciato la volontà di aumentare le spese militari nel 2027 del 50%, portandole fino a quasi 1500 miliardi, con quello che sarebbe il più gigantesco aumento dalla seconda guerra mondiale.
Come si vede, nella follia di un riarmo che fa ballare tutto il mondo sul ciglio del baratro, le spese militari dei membri UE della Nato sono comunque quasi 3 volte le spese della Russia.
Anche se il confronto viene fatto in dollari internazionali (a parità di potere d’acquisto), per quanto cambino le proporzioni, le spese militari europee restano superiori a quelle della Russia. Uno studio del 2025 sul 2024 dell’Università Cattolica stimava la spesa dei paesi europei, superiore del 58% a quella della Russia (730 miliardi di dollari internazionali contro 462).
Anche se si guarda alla capacità economica, per come espressa dal Pil, è del tutto irrealistico che la Russia possa rappresentare una minaccia per l’Europa, come risulterebbe dal Libro Bianco.
Secondo le stime del World Economic Outlook del Fondo Monetario Internazionale pubblicate a aprile 2026, il Pil espresso in dollari dei 27 paesi UE (quindi senza la Gran Bretagna) nel 2026 sarà quasi 9 volte quello della Russia. Le proporzioni cambiano se il confronto viene fatto in dollari internazionali, ma il Pil UE resta comunque oltre 4 volte quello russo.
L’apparente schizofrenia delle dichiarazioni dei vertici UE, pare avere – purtroppo – una logica. La minaccia russa (e dunque la potenza della Russia) viene dichiarata per giustificare le spese per il riarmo, la debolezza russa viene invece dichiarata per continuare la guerra e la possibilità della “vittoria”. Perdura nella UE l’assenza, se non il rifiuto, di svolgere qualsiasi ruolo per una soluzione politica del conflitto. Anche il recente prestito UE di 90 miliardi all’Ucraina è pesantemente sbilanciato: solo un terzo per l’assistenza economica complessiva, mentre I due terzi sono destinati alle armi.
Sulle spese militari in generale, c’è un ultimo dato che è utile ricordare: l’andamento su una scala temporale più ampia.
Dopo una riduzione negli anni immediatamente successivi alla fine della guerra fredda fino al 1998, le spese militari hanno ricominciato a crescere, con una rilevante accelerazione dal 2000 al 2010 in concomitanza con le guerre in Afghanistan e Iraq, in particolare per la spesa USA.
Ad una nuova leggera flessione, è poi seguita una costante crescita dal 2014, accelerata dopo il 2017.
Il trend di crescita della spesa militare, dopo il decennio post ’89, è lo specchio di un mondo in cui alla fine della contrapposizione in blocchi, non è seguita la costruzione di un nuovo equilibrio fondato sulla ricerca di una sicurezza condivisa, ma il dispiegarsi di vecchie e nuove logiche imperiali, che vedono comunque nel 2025 il persistente dominio delle spese militari Nato e Usa.
Il Libro Bianco, un anno dopo
Oltre a quello che c’è nel Libro Bianco, colpisce quello che non c’è. Gaza viene nominata solo per dire che “sia il cessate il fuoco a Gaza, che la caduta del regime di Assad in Siria offrono l’opportunità di ridurre le tensioni regionali e di porre fine alle sofferenze umane”. Dunque come questione quasi risolta e senza alcuna necessità di iniziative della UE.
Eppure quando è stato presentato, da quasi un anno e mezzo andava avanti lo sterminio del popolo palestinese, da oltre un anno la Corte Internazionale di Giustizia aveva ritenuto “plausibile” la denuncia del Sud Africa contro Israele per violazione della Convenzione sul crimine di genocidio, e qualche mese dopo aveva dichiarato Israele colpevole di apartheid e di occupazione illegale di Gaza e della Cisgiordania.
L’inerzia complice della UE, incapace non solo di disporre sanzioni, ma di sospendere l’Accordo di Associazione che continua a considerare Israele un partner privilegiato, sono e resteranno uno degli orrori della storia europea.
Va sottolineato il ruolo, particolarmente grave, svolto dagli attuali governi dell’Italia e della Germania, che anche nell’ultima discussione del Consiglio degli Affari Esteri della UE del 21 aprile 2026, hanno posto il veto alla sospensione dell’Accordo di associazione.
Più in generale, se non è questa la sede per una discussione complessiva sulla situazione internazionale, non si può fare a meno di registrare come tutto l’impianto del Libro Bianco, la logica secondo cui ogni minaccia venga da “fuori” e l’asse atlantico resti il riferimento indiscutibile, anche valoriale, sia stato messo platealmente in discussione dagli eventi immediatamente successivi.
L’amministrazione Trump un paio di mesi dopo ha bombardato l’Iran, ha continuato a rivendicare la Groenlandia anche attraverso la minaccia di azioni militari, ha bombardato il Venezuela, sequestrandone il Presidente, ha minacciato Messico, Brasile e Cuba, e in realtà chiunque gli si opponesse, per poi lanciare con Netanyahu la nuova guerra contro l’Iran.
Le reazioni della maggior parte dei paesi europei e della UE in quanto tale a questi eventi, con l’eccezione del governo spagnolo, è stata il riferimento generico al diritto internazionale, senza condanne esplicite di chi lo stava violando, il barcamenarsi rispetto alla politica di potenza sempre più aggressiva di Trump con la violazione continua di ogni regola del diritto internazionale, senza capacità di svolgere un autonomo ruolo politico.
Nel frattempo la Commissione UE, aveva raggiunto un accordo sui dazi con Trump, non solo squilibrato sui dazi, ma che prevede l’impegno della UE a comprare 750 miliardi di prodotti energetici in tre anni dagli Usa, l’impegno generico ad acquistare sempre dagli Usa ulteriori armi ed equipaggiamenti militari, nonché la previsione che le imprese europee vi investano 600 miliardi. La ratifica dell’accordo, dopo un periodo di sospensione da parte UE, è stata recentemente sbloccata.
L’accordo configura una sostanziale subordinazione europea, con l’Unione come valvola di sfogo delle contraddizioni e dei principali problemi dell’economia Usa: dagli squilibri commerciali ai livelli del debito.
La guerra all’Iran
Oltre al nuovo carico di distruzione e morte, la guerra scatenata da USA e Israele a fine febbraio 2026 contro l’Iran, ha possibili conseguenze devastanti sul piano globale, tanto maggiori quanto più si protrarrà.
La crisi dello stretto di Hormuz da cui transitano il 20% del greggio mondiale, il 25% del gas naturale, e fino ad un terzo dei fertilizzanti, ha fatto già crescere i prezzi con il rischio di un’inflazione senza precedenti, di uno shock alimentare, e di una recessione globale.
Gli effetti non sono ovviamente simmetrici: a farne le spese sono già, e saranno ancora di più, se la guerra si protrae, i paesi emergenti, ed in generale lavoratrici e lavoratori e soggetti fragili, mentre contemporaneamente come nella precedente crisi energetica legata alla guerra in Ucraina, volano speculazione e profitti delle maggiori compagnie petrolifere e del gas, come delle principali aziende militari globali.
Emergono ancora di più i limiti strutturali della dipendenza da fonti fossili, come dall’agroindustria.
L’Europa ha la responsabilità politica per la propria inerzia complice verso Israele, attore decisivo per l’attacco all’Iran, del genocidio del popolo palestinese, che ha significato anche una promessa di impunità generale riservata ad Israele.
Ed ha la responsabilità non solo, diversamente da quanto fatto per le spese militari, di non aver previsto per la decarbonizzazione, alcuna deroga al Patto di Stabilità, ma aggiuntivamente, di aver rallentato i processi di decarbonizzazione, sotto la pressione delle lobby del fossile, e di alcuni governi, tra cui quello italiano.
Una scelta in contrasto con la rivendicata autonomia strategica della UE.
Le conseguenze sono comunque differenziate, dipendendo significativamente dalle scelte dei singoli paesi, inferiori per chi ha più investito sulle rinnovabili, ed in un periodo di tempo anche relativamente limitato ne ha aumentato il peso, come la Spagna che su questo ha concentrato gran parte delle risorse del proprio PNRR ed ha portato la quota di produzione elettrica da rinnovabili dal 2019 al 2024, dal 37 al 60%.
Nel frattempo il mondo resta appeso all’ultimo tweet di Trump.
4. LE CONSEGUENZE DEL RIARMO
Uno sguardo globale: il rischio della catastrofe, I costi economici. La “deterrenza” non funziona.
L’ultimo “Bulletin of the Atomic Scientists”, che dal 1947 misura l’Orologio dell’Apocalisse – il rischio di una catastrofe globale per l’umanità – consegna il quadro più allarmante mai presentatosi.
Il gruppo interdisciplinare di scienziati ed esperti internazionali che valuta un insieme di fattori – l’inasprirsi degli attriti, la crisi climatica, la corsa agli armamenti, un panorama tecnologico in espansione non regolata – denuncia la diffusa irresponsabilità della classe dirigente globale, lo sgretolarsi delle intese costruite nel dopoguerra, una competizione tra potenze in cui prevale la logica del “vincitore prende tutto”, “la fusione del potere dello stato con quello dell’oligarchia tecnologica”, in una dinamica che mina alla radice la cooperazione internazionale necessaria per affrontare le grandi crisi globali.
La corsa al riarmo è inequivocabilmente uno dei fattori che accelera il rischio di catastrofe.
Che la logica della “deterrenza”, il “si vis pacem, para bellum” come giustificazione delle spese militari, non funzioni, viene ammesso, con qualche contorsione, anche dal FMI nell’ultimo World Economic Outlook: in una nota a piè di pagina (!), con riferimento alla “recente letteratura”, gli effetti delle spese militari in termini di deterrenza, vengono definiti “modesti”, cioè “piccoli” a lungo termine, “senza alcun effetto sul rischio di conflitto a breve termine”.
Sulle conseguenze economiche del riarmo, l’FMI – dopo aver registrato con riferimento ai dati Sipri, che negli ultimi cinque anni, circa la metà dei paesi ha aumentato le spese militari, e che negli ultimi due decenni, le vendite di armi da parte delle maggiori aziende del settore sono raddoppiate in termini reali, con boom delle spese per la difesa sempre più frequenti – analizza 164 paesi dal 1946 ad oggi.
Con passaggi anche in questo caso non univoci, L’Outlook segnala tuttavia come “in un boom tipico, che dura più di due anni e mezzo, le spese per la difesa aumentano di circa 2,7 punti percentuali del PIL, con circa due terzi finanziati attraverso un aumento del deficit. Sebbene il conseguente potenziamento della difesa possa stimolare l’attività economica nel breve termine – aumentando i consumi e gli investimenti, in particolare nei settori legati alla difesa – esso aumenta anche temporaneamente l’inflazione e crea sfide significative nel medio termine. In media, i disavanzi di bilancio peggiorano di circa 2,6 punti percentuali del PIL e il debito pubblico aumenta di circa 7 punti percentuali entro tre anni dall’inizio di un potenziamento, mentre i saldi con l’estero si deteriorano poiché la domanda è orientata verso le attrezzature importate. I boom economici in tempo di guerra sono particolarmente onerosi, con il debito pubblico che aumenta di circa 14 punti percentuali del PIL e la spesa sociale che diminuisce in termini reali.”
Si può giustamente osservare che non era necessario che lo dicesse il FMI, ma è significativo che anche in quelle sedi, non certo a particolare vocazione pacifista, emerga una qualche consapevolezza dei costi della via delle armi.
L’Europa: l’austerità e l’illusione di rafforzare il proprio “posto nel mondo” attraverso il riarmo.
Come si è visto, nel Libro Bianco, uno degli obiettivi del riarmo è rafforzare “il posto nel mondo” dell’Europa.
L’Unione Europea ha conosciuto negli ultimi trent’anni un’indubbia perdita del proprio peso su scala globale, a partire dai dati economici.
Nel 1991, i paesi UE contribuivano al 24,8% del Pil mondiale, a parità di potere d’acquisto, contro il 21,2% degli Usa, mentre la Cina era al 3,9%.
Nel 2025, la quota della UE è scesa al 14%, quella degli Usa al 14,6%, mentre quella cinese è salita al 19,6%. Un ridimensionamento non solo rispetto alla Cina, ma anche agli Usa.
L’Europa sconta ritardi in decisivi settori tecnologici e industriali, da quelli per la transizione energetica alle materie prime critiche, dall’intelligenza artificiale alla farmaceutica, mentre il settore militare resta dominato dagli Usa, a cui negli ultimi anni sono stati assegnati il 63% degli appalti per la difesa Ue.
Emblematica della crisi industriale europea, il settore dell automotive, che concorre al Pil UE per il 7%, con lo choc della crisi tedesca.
Nuovamente, non è possibile approfondire in questa sede l’analisi, ma certo la via scelta con Maastricht, il primato del mercato e il ridimensionamento dell’intervento pubblico, l’attacco ai diritti del lavoro, ed insieme l’assenza di politiche industriali e fiscali comuni, che hanno segnato gli ultimi trent’anni della storia della UE, non sembrano aver contribuito a rafforzarne il “posto nel mondo”, quanto piuttosto a marginalizzarla.
La consapevolezza della perdita di peso relativa della UE, insieme ai vincoli dell’austerità, pare segnalare una connessione molto stretta con la scelta del riarmo.
Dopo la fase del Covid – in cui per poter affrontare la pandemia, non solo erano stati sospesi tutti i vincoli dei trattati, ma era diventato esplicito il tema di come costruire politiche industriali comuni, finanziate con debito comune, tradotte poi in Next Generation Ue – sono tornati vincoli rigidi.
Uno studio della Confederazione Europea dei Sindacati del 2024, sull’impatto del nuovo Patto di Stabilità è particolarmente significativo: mostrando i livelli esistenti di sottofinanziamento sia degli investimenti per gli obiettivi sul clima, sia di quelli in infrastrutture sociali, lo studio esplicita come il gap sia incolmabile con i vincoli del Patto.
La Ces stimava allora un deficit annuo di investimenti pubblici dei paesi europei per fini sociali (al netto della spesa corrente), pari all’1,3% del Pil UE (su dati BCE), e un deficit di investimenti pubblici per la riduzione di gas serra del 55% nel 2030 e la neutralità climatica nel 2050, pari all’1,6% del Pil UE (su dati dell’Institut Rousseau).
Nel complesso per raggiungere gli obiettivi che la stessa UE si è data sul clima e per colmare il sottofinanziamento delle infrastrutture sociali, gli investimenti pubblici aggiuntivi erano pari al 2,9% del Pil UE.
Ma i vincoli del Patto di stabilità, come il rifiuto di un debito comune, impediscono che su clima e welfare, si diano le risposte necessarie: né a livello comunitario, né nei singoli stati, per quanto essi siano ovviamente differenziati dalle condizioni specifiche e dalle scelte politiche di ognuno.
La costruzione dello “stato di necessità”, la minaccia dell’invasione, diventano così funzionali anche ad uscire dall’empasse dei vincoli UE: attraverso il riarmo si deroga all’austerità e si ipotizza di dare soluzione alla propria crisi.
Emblematica la riconversione al militare che si vorrebbe portare avanti nel settore automotive, Germania in testa.
Il 2,9% necessario per gli obiettivi sul clima e sul welfare è la stessa percentuale che serve per aumentare la spesa militare dei paesi UE, passando dal 2,1%, al 5%.
Ma il perseguimento degli obiettivi Nato, se avverrà, sarà a scapito di ambiente e welfare: a scapito della “autonomia stategica” della UE – che passa prima di tutto per l’autonomia energetica e la diminuzione drastica della dipendenza da fonti fossili – e sacrificando quel che resta del proprio modello sociale. È il cortocircuito in cui si trova la UE.
La risposta del riarmo è tanto inaccettabile per gli effetti sistemici e sociali, quanto illusoria sul terreno economico: valgono le considerazioni generali dell’FMI sulle conseguenze del riarmo, vale la dipendenza della UE dagli Usa, aggravata dall’accordo sui dazi, nel settore militare.
Lo studio di Green Peace del 2024 comparando gli effetti dell’aumento della spesa militare rispetto a analoghi aumenti della spesa per ambiente, sanità, istruzione nei casi di Germania, Italia e Spagna, aveva già mostrato in termini di moltiplicatore e di creazione di lavoro, risultati fortemente differenziati, con un aumento dell’occupazione, da 2 a 4 volte superiore della spesa per ambiente, istruzione, sanità, rispetto alla spesa militare.
C’è un’ultima considerazione da fare. Se i dati sul Pil mostrano la perdita di peso della UE, il quadro diventa molto diverso quando si va oltre il Pil: secondo l’indice del benessere multidimensionale che analizza 10 fattori, tra cui salute, istruzione, relazioni sociali, aspettativa di vita, sostenibilità ambientale, in Europa le cose vanno decisamente meglio che negli Stati Uniti.
Non è difficile attribuire la differenza a quei diritti su cui si è costruito nel secondo dopoguerra, il modello sociale europeo, che per quanto sia stato eroso dalle politiche neoliberiste, ha tutt’ora un peso rilevante, e che rischia di essere cancellato se si perseguirà la strada del riarmo.
Il riarmo tedesco
Come si è visto, ad un anno di distanza dalla presentazione di Rearm Europe, 17 paesi UE hanno deciso di avvalersi della clausola di salvaguardia per lo sforamento del Patto di Stabilità, mentre 19 hanno fatto richiesta per accedere ai prestiti di Safe.
Non è evidentemente possibile ricostruire qui quello che sta concretamente accadendo nei diversi paesi. Si deve però guardare a quello che sta succedendo in Germania, il paese che ha aumentato fino dal 2022 costantemente e fortemente le proprie spese militari.
Nel 2022 in Germania è stato istituito un fondo speciale di 100 miliardi, contemporaneamente, solo per la quota relativa alle spese militari, sono stati eliminati i vincoli costituzionali all’indebitamento. Un’anticipazione del meccanismo di RearmEurope.
Nel 2024 la spesa militare è aumentata, secondo i dati Sipri, del 28% rispetto all’anno precedente, nel 2025 è aumentata del 24% rispetto al 2024. Con questo aumento, nel 2025, la Germania è diventato il quarto stato mondiale per spesa militare, superando la Gran Bretagna, con una spesa di 114 miliardi di dollari.
Per il 2026 la spesa è prevista aumentare a 140 miliardi di dollari, e a quasi 170 nel 2027 – in euro circa 145 miliardi – secondo gli obiettivi di finanza pubblica approvati a fine aprile 2026 dal governo tedesco, ma non ancora dal Parlamento.
L’aumento delle risorse per la difesa, oltre agli acquisti e agli investimenti in armi, riguarda anche l’obiettivo, più volte dichiarato di costruire l’esercito convenzionale più forte d’Europa, con 260mila effettivi e 200mila riservisti al 2030, con la possibilità di reintrodurre la leva obbligatoria, mentre è già legge il ritorno del registro militare per I 18enni, le visite mediche per valutare l’idoneità al servizio, e il permesso dell’esercito per gli uomini dai 17 ai 45 anni per soggiorni all’estero superiori ai tre mesi.
Alla crescita della spesa militare, insieme al piano per le infrastrutture, sono state affidate anche le aspettative di crescita economica, dopo la recessione, che tuttavia non sembrano confortate dalle previsioni, dimezzate per il 2026 allo 0,5%.
Il riarmo si è invece già tradotto in un attacco alla spesa sociale. I tagli previsti sulla sanità ammontano a oltre 16 miliardi di euro entro il 2027, e fino a 40 miliardi per il 2030, con aumento dei ticket, tagli di prestazioni (da alcuni screening oncologici all’assistenza psicologica), tagli dei trasferimenti agli ospedali.
È già stato ridotto il reddito di cittadinanza e si profilano riduzioni anche dei contributi per gli affitti.
La svolta tedesca sul riarmo è motivo di preoccupazioni in sé, e di certo sta comportando, anche nel paese che in Europa gode comunque dei maggiori spazi fiscali, tagli e ridimensionamento dei diritti sociali.
5. SPESA MILITARE E WELFARE IN ITALIA
La spesa militare e gli impegni del governo Meloni
Secondo la relazione annuale della Nato, la spesa militare italiana sarebbe passata in un solo anno, dall’ 1,52% del Pil del 2024 al 2,01 del 2025, pari a oltre 45 miliardi, con un aumento di circa 12 miliardi, confermando in questo modo le previsioni contenute nel Documento Programmatico Pluriennale (DPP) della Difesa 2025–2027.
Come è stato osservato da più parti (l’Osservatorio Milex, l’Osservatorio sui Conti Pubblici Italiani), in assenza di provvedimenti legislativi con stanziamenti di risorse effettivi, l’aumento si configura come il frutto di un ridisegno contabile, in sostanza l’esito della modifica delle voci che compongono la spesa militare, e che vengono autocertificate dal governo quando sono trasmesse alla Nato
Le voci aggiunte riguardano pensioni e quote dei carabinieri con funzioni di polizia, e altre non meglio specificate relative alla “mobilità militare” e alla “cybersicurezza”, secondo la definizione allargata della spesa militare, assunta dalla Nato, che include anche la “sicurezza nazionale”.
L’Osservatorio Milex, stima la spesa attuale “pura” intorno all’1,5% del Pil, per il 2025 e anche per il 2026 (circa 34 miliardi di euro), sottolineando l’opacità dell’operazione di riclassificazione, che non rende possibile, in mancanza dell’indicazione precisa delle voci, neppure la comparazione con i dati Ocse e Sipri (che colloca la spesa italiana nel 2025 all’1,9% del Pil).
È presumibile che l’operazione contabile fatta dall’Italia riguardi anche altri paesi (ben 13 hanno raggiunto la percentuale del 2% nel 2025). Come già segnalato, c’è un interesse politico preciso nel rappresentare ed enfatizzare il raggiungimento dell’obiettivo del 2% del Pil in spese militari: quello di rendere credibili gli obiettivi ulteriori del 3,5% e 5%, e di far passare nell’opinione pubblica il senso dell’ineluttabilità del riarmo.
Il fatto che i dati Nato non corrispondano ad oggi ad un aumento effettivo di quella entità, non significa che i processi di riarmo non siano in atto.
Sono andati avanti i programmi per nuovi sistemi d’arma. Le nuove acquisizioni decise dall’inizio di questa legislatura fino ad aprile 2026 ammontano ad una cifra complessiva di 36,4 miliardi, per programmi decennali o quindicinali, con un impegno di spesa di circa 2 miliardi nel 2026 e 2,7 miliardi nel 2027.
Più complessivamente, il governo Meloni ha chiesto di accedere ai prestiti del fondo SAFE per 14,9 miliardi con l’obiettivo (Documento Programmatico di Finanza Pubblica per il 2025) di aumentare la spesa militare dello 0,15% del Pil nel 2026, di un ulteriore 0,15 nel 2027, e dello 0,20% nel 2028. Rispetto alla spesa 2025 questo significherebbe una differenza di oltre 12 miliardi in più nel 2028, con una spesa cumulata nel triennio di 23 miliardi.
Il prestito è ora bloccato, per il mancato rientro dell’Italia dalla procedura di infrazione, stante il livello del deficit ancora superiore al 3%.
In assenza del prestito SAFE (che ha scadenze di rimborso molto lunghe) il mantenimento degli obiettivi di incremento della spesa militare, comporterebbe come effetto diretto di tagli di altri capitoli di spesa.
Se il governo Meloni ha già praticato una politica di contenimento della spesa sociale, per poter rientrare dalla procedura di infrazione, questi processi sarebbero incrementatiesponenzialmente, tanto più di fronte alle conseguenze della guerra in Iran, intervenendo su un welfare già pesantemente sottofinanziato.
Cosa significa per l’Italia l’aumento della spesa militare prevista dalla NATO?
Il conto è semplice da fare, per quanto la stima del Pil nominale al 2035 sia ovviamente incerta, tanto più nel contesto in cui ci troviamo.
Secondo alcune previsioni, che estrapolano l’andamento degli ultimi 25 anni, nel 2035 il Pil italiano dovrebbe essere intorno ai 2800 miliardi di euro.
Se la spesa militare rimanesse al livello oggi dichiarato del 2% del Pil, questo significherebbe una spesa di 56 miliardi, il 3,5% 98 miliardi, il 5% 140 miliardi.
Rispetto al 2%, si tratterebbe dunque per il 2035, di una spesa aggiuntiva di 42 miliardi per il 3,5% e di 84 miliardi per il 5%. Aumentando la spesa ogni anno per raggiungere quegli obiettivi, e mantenendola a quella percentuale, per ogni anno successivo.
Sono cifre enormi, che per un paese come l’Italia, non significano altro che la distruzione del welfare, semplicemente incompatibile con quei livelli di spesa militare.
Una spesa sociale già pesantemente sottofinanziata.
Il governo Meloni, qualsiasi governo, di un paese come l’Italia, avrebbe dovuto rifiutarsi in ogni modo e con ogni forza di assecondare i piani folli di riarmo.
In ragione del livello del debito e della spesa per interessi, delle politiche fiscali regressive e dell’assenza di politiche industriali degli ultimi decenni, l’Italia presenta infatti da tempo una situazione economica complessiva più grave, un’emergenza salariale senza paragoni, ed un pesante sottofinanziamento rispetto alla media europea di molti dei principali comparti del Welfare. In aggiunta è anche del tutto evidente che l’Italia sta pagando e pagherà più di altri anche il costo della guerra in Iran, per le scelte del governo nel settore energetico e fiscale, con le previsioni di un’inflazione superiore alla media europea, mentre i salari reali nel 2025 sono ancora inferiori dell’8,1% rispetto al 2021, e la spesa sociale è stata ulteriormente compressa.
Nel 2024 la spesa sanitaria pubblica in Italia è stata pari al 6,3% del Pil, la stessa percentuale è certificata per il 2025 dal Documento di Finanza Pubblica 2026 (inferiore alle previsioni del 6,4%).
Nel 2026 la spesa sanitaria pubblica è prevista al 6,4, pari a 148,5 miliardi, con la possibilità che si ripresenti la stessa dinamica di riduzione nel 2025, e comunque con l’ampliarsi della forbice rispetto al Fondo Sanitario Nazionale, il cui finanziamento è previsto nel 2026 al 6,16% del Pil, 6,05 nel 2027, 5,93 nel 2028.
Una forbice che scarica il raggiungimento della spesa pubblica prevista, sulle regioni, costrette a ridurre i servizi o aumentare le tasse, e che ammonta a 7,1 miliardi nel 2027, 10,1 nel 2028, 13,4 nel 2029, con un definanziamento sempre più forte del Servizio Sanitario Nazionale.
Il confronto con gli altri paesi europei, è pesantemente negativo. Secondo il rapporto dell’Ocse Health at a Glance 2025, il 6,3% del Pil di spesa pubblica dell’Italia nel 2024, era nettamente inferiore alla media Ocse (7,1%), a quella UE (6,9%-7%), come rispetto ai maggiori paesi europei con la Germania al 10,6% del Pil, la Francia al 9,7%, la Gran Bretagna al 9,1%, la Spagna al 6,7%.
Sono note le conseguenze del sottofinanziamento della sanità pubblica: nel 2024 secondo i dati Istat, il 9,9% della popolazione, 5,8 milioni di persone ha rinunciato a curarsi, per la lunghezza delle liste di attesa, le difficoltà economiche o la scomodità delle strutture sanitarie. La crescita è stata fortissima dall’anno precedente, quando erano “solo” 4,5 milioni. Il 6,8% della popolazione rinuncia per le sole liste di attesa a fronte di una percentuale che era del 2,8% nel 2019. La spesa diretta delle famiglie rappresenta il 23,6% della spesa sanitaria complessiva, contro il 15% della media UE.
Portare la quota del Fondo Sanitario Nazionale dall’attuale 6% circa al livello della media europea richiede 1 punto di pil.
Anche l’istruzione è pesantemente sottofinanziata in Italia.
Secondo i dati Eurostat, nel 2023 l’Italia spendeva il 3,9% del Pil contro il 4,7% della media UE, terzultima tra i paesi europei, peggio di noi fanno solo la Romania con il 3,3% e Irlanda con il 2,8. Al 5% la Francia, 4,5% la Germania, in testa la Svezia con il 7,2%.
Per l’istruzione raggiungere la media UE significherebbe aumentare la spesa dello 0,8% del Pil.
Si può continuare con le politiche abitative: a fronte di una media europea di 8 case su 100 in mano pubblica, in Italia sono poco più di 2 su 100, mentre la spesa pubblica in percentuale del Pil, per la protezione sociale legata all’abitazione (comprensiva sia dell’edilizia residenziale pubblica che dei contributi per l’affitto) vede una media UE dello 0,37% contro un dato per l’Italia dello 0.03%. Una differenza che ai valori del Pil 2024 fa oltre 7 miliardi di euro annui.
Anche in questo caso sappiamo cosa significa l’assenza di una politica abitativa pubblica in questo paese: oltre 650.000 famiglie nelle graduatorie comunali per l’accesso ad una casa popolare (almeno 1,4 milioni di persone). 40.000 sentenze di sfratto all’anno che coinvolgono almeno 120.000 persone (con almeno 30.000 minori) ed eseguiti con la forza pubblica tra i 25.000 e i 30.000 sfratti, che vedono coinvolti almeno 15.000 minori.
Infine per quel che riguarda settori particolarmente critici per l’impatto sul clima, come i trasporti, il Piano per il lavoro verde e la mobilità sostenibile, elaborato dall’Alleanza Clima Lavoro, a fine 2024, calcolava la necessità di una spesa annua pari a circa lo 0,6% del Pil, per lo sviluppo del trasporto pubblico e la riduzione in 5 anni di almeno il 10% del traffico privato, lo sviluppo delle infrastrutture di ricarica e il sostegno alla domanda delle famiglie a basso reddito per accelerare la transizione all’elettrico, la mobilità condivisa. Il piano abbatteva drasticamente le emissioni di gas climalteranti, con un aumento al 2050 di 700mila occupati in lavori “verdi”.
Rovesciare le priorità: prima la vita delle persone e del pianeta.
L’insieme di tutte queste voci, la spesa pubblica aggiuntiva in percentuale del Pil necessaria per portare il finanziamento di sanità (1), istruzione (0,8), politiche abitative (0,3) nella media europea, e per la riconversione della mobilità (0,6), dà un totale inferiore ai 3 punti di Pil che sarebbero necessari all’Italia, per raggiungere il 5% di spese militari che vuole la Nato.
O detto in altro modo, invece di 84 miliardi annui di spesa aggiuntiva nel 2035 per il riarmo, 28 miliardi per la sanità pubblica, 22 per l’istruzione, 9 per le politiche abitative, 17 per trasporti, e ne avanzerebbero.
Non si tratta ovviamente di un esercizio di “spostamenti” delle poste, come se si stesse emendando una legge di bilancio. Le risorse per l’aumento della spesa militare non sono date, ed anzi è evidente che si vogliono andare a prendere tagliando su welfare e transizione ecologica.
È però un esercizio che serve per avere un’idea di cosa significhino quei numeri che vengono agitati sulle nostre teste e di cui si fatica a comprendere le proporzioni, comparandoli ai bisogni sociali. Per mostrare tutta la follia e la barbarie delle logiche di riarmo. Per mostrare come si possa cambiare in meglio, molto meglio, fermando quella follia, uscendo dalle logiche d’austerità come dalle politiche fiscali regressive, e rovesciando le priorità: prima la vita delle persone e del pianeta, in Italia ed in Europa.
Costruire alleanze, mettendo in connessione i bisogni sociali negati in ogni singolo ambito, con i movimenti contro il riarmo è una priorità. Per trasformare l’opposizione alla guerra e al riarmo, diffusa nell’opinione pubblica ma non ancora sufficientemente attiva, in una forza collettiva, una coalizione popolare, che possa cambiare il corso delle cose.
[1] https://commission.europa.eu/topics/defence/future-european-defence_it
Sul quadro complessivo vedi “Dossier Senato La programmazione delle spese per la difesa, strumenti europei e obiettivi Nato” https://www.senato.it/show-doc?leg=19&tipodoc=DOSSIER&id=1475851&idoggetto=0&part=dossier_dossier1-sezione_sezione5-h3_h33
[1] Dossier Camera Le proposte della Commissione europea relative al Quadro Finanziario Pluriennale della UE, 2 marzo 2026 https://documenti.camera.it/leg19/dossier/pdf/ES140.pdf
[1] Elena Granaglia Il prossimo Quadro Finanziario Pluriennale: caratteristiche e criticità persistenti, 3 febbraio 2026
[1] Nato.int https://www.nato.int/en/what-we-do/introduction-to-nato/defence-expenditures-and-natos-5-commitment#five-percent
[1] EDA https://eda.europa.eu/docs/default-source/brochures/2025-eda_defencedata_web.pdf
[1] https://www.domenicogallo.it/2025/07/100-miliardi-per-le-spese-militari-ce-lo-chiede-meloni/
[1] White Paper for European defence – Readiness 2030
[1] https://www.vaticannews.va/it/mondo/news/2026-02/ucraina-e-russia-un-bilancio-drammatico.html
[1] https://www.sipri.org/visualizations/2026/sipri-map-world-military-expenditure-2025, https://www.sipri.org/media/press-release/2026/global-military-spending-rise-continues-european-and-asian-expenditures-surge
[1] FMI previsioni pil nominale 2026 in dollari Usa https://data.imf.org/en/Data-Explorer?datasetUrn=IMF.RES:WEO(9.0.0)&INDICATOR=NGDPD
FMI previsioni pil 2026 a parità di potere d’acquisto https://data.imf.org/en/Data-Explorer?datasetUrn=IMF.RES:WEO(9.0.0)&INDICATOR=PPPGDP
FMI previsioni percentuale di ogni paese a parità di potere d’acquisto su pil globale https://data.imf.org/en/Data-Explorer?datasetUrn=IMF.RES:WEO(9.0.0)&INDICATOR=PPPSH
[1]Sbilanciamoci e Green Peace, Economia a mano armata 2024 https://www.greenpeace.org/italy/storia/23157/lebook-economia-a-mano-armata-e-online/
[1] https://ec.europa.eu/eurostat/statistics-explained/index.php?title=Renewable_energy_statistics
[1] IFM World Economic Outlook 2026, in particolare, il Capitolo 2 https://www.imf.org/-/media/files/publications/weo/2026/april/english/text.pdf
[1] Vedi Pier Giorgio Ardeni in Rinascita https://www.rivistarinascita.it/la-spesa-militare-la-guerra-e-noi-dove-vogliamo-andare
[1]Vedi Maranzano e Romano Riarmo o Lavoro? Un’Analisi Critica degli Imperativi Europei. Seconda parte: vincoli economici e di struttura https://eticaeconomia.it/riarmo-o-lavoro-unanalisi-critica-degli-imperativi-europei-seconda-parte-vincoli-economici-e-di-struttura/
[1] ETUC, Navigating Constraints for Progress: Examining the Impact of EU Fiscal Rules on Social and Green Investments
https://www.etuc.org/sites/default/files/press-release/file/2024-04/Fiscal%20Rules%20Report.pdf
https://institut-rousseau.fr/road-2-net-zero-en/. Va segnalato come le stime dell’ Institut Rousseau non coincidano e siano superiori rispetto a quelle della BCE, in particolare sulla quota di investimenti pubblici necessari per la decarbonizzazione https://www.ecb.europa.eu/pub/pdf/scpops/ecb.op367~16f0cba571.it.pdf Occasional Paper Series. Investing in Europe’s green future dicembre 2025
[1] Sbilanciamoci e Green Peace, Economia a mano armata 2024 https://www.greenpeace.org/italy/storia/23157/lebook-economia-a-mano-armata-e-online/
[1] Oltre il Pil: c’è più benessere in Europa che negli Stati Uniti https://asvis.it/home/4-25484/oltre-il-pil-ce-piu-benessere-in-europa-che-negli-stati-uniti su Joint Research Center, “Societal wellbeing: US vs EU”
https://publications.jrc.ec.europa.eu/repository/handle/JRC146569
[1] Sul riarmo tedesco e i tagli a sanità e welfare, vedi https://www.ilsole24ore.com/art/berlino-accelera-difesa-spesa-37percento-pil-2030-AIBUg6lC,
vedi anche https://pagineesteri.it/2026/05/07/europa/germania-tagli-alla-sanita-per-finanziare-lesercito-piu-potente-deuropa/ e https://www.ilmitte.com/2026/05/berlino-contro-riforma-nina-warken/ e https://www.ilmitte.com/2026/05/merz-fischi-sindacati-germania/
[1] https://www.oecd.org/en/publications/health-at-a-glance-2025_8f9e3f98-en.html
[1] https://www.istat.it/wp-content/uploads/2025/11/Istat-Audizione-LDB-2026_6-novembre.pdf
[1] Eurostat, Spesa educazione in percentuale del Pil nel 2023 https://ec.europa.eu/eurostat/statistics-explained/index.php?title=File:General_government_total_expenditure_on_education,_2023,_%25_of_GDP.png
[1] https://altreconomia.it/in-italia-le-politiche-per-labitare-aumentano-le-diseguaglianze/
[1] Per i dati sul disagio abitativo https://www.svimez.it/wp-content/uploads/2025/11/cap_18_rapporto2025.pdf
[1] Un Piano per il lavoro verde e la mobilità sostenibile, https://sbilanciamoci.info/wp-content/uploads/2024/03/Piano_lavoro_mobilita_def.pdf Va segnalato che nella proposta del piano, le coperture erano ricavate dallo spostamento delle risorse spese in sussidi ambientalmente dannosi in sussidi ambientalmente favorevoli.