Il 2 giugno 1946 si tenne in Italia un referendum nel quale i cittadini
e le cittadine (la prima consultazione nazionale a cui parteciparono
anche le donne), e per la prima volta a su9ragio universale, furono
chiamati a scegliere tra Monarchia e Repubblica. Vinse la Repubblica e il Re che aveva
lasciato il paese in mano ai fascisti e che aveva portato l’Italia al disastro della guerra, quel Re fu
cacciato. Contestualmente al referendum, gli italiani elessero i membri dell’Assemblea Costituente,
con il compito di redigere la nuova Costituzione repubblicana.
In essa c’è un articolo, l’11, che oggi vorremmo ricordare con particolare attenzione, esso esprime il
principio alla base di tutta la Costituzione di solidarietà fra i popoli e di condanna totale della
guerra. Ci interroghiamo su quale sia oggi, 80 anni dopo, il senso di commemorare il 2 giugno a fronte
di decisioni prese dal Governo italiano verso un aumento delle spese militari: sia per il sostegno
esplicitato al piano “ReArm Europe/Readiness 2030”, sia nella scelta, presa in sede di vertice Nato,
di accettare il nuovo target al 5% del Pil dell’Alleanza sulla spesa militare.
L’economia di guerra è una voragine che inghiotte risorse immense, risorse che dovrebbero
essere destinate alla scuola, alla sanità pubblica, a salari adeguati, a politiche abitative che
assicurino una casa per tuttə, e a interventi strutturali per la messa in sicurezza dei territori.
È necessario contrastare la narrazione che relega la pace semplicemente nell’utopia o nell’ideale. Ci
sono solo le scelte che vengono compiute dai governanti e da chi li sostiene: possiamo costruire
barriere oppure ponti. Creare paura e sopraQazione oppure solidarietà. La stessa democrazia è
messa in discussione dalla torsione autoritaria che il militarismo imprime. Autoritarismo e riarmo
sono un circolo vizioso, di cui abbiamo già conosciuto in passato gli esiti tragici.
Ognuno di noi, oggi, è chiamato in causa, minacciato com’è fin nella più intima individualità da
scelte politiche dissennate (servizi tagliati, inflazione galoppante, energia carente, disuguaglianze alle
stelle). Rivendichiamo una società in cui tuttə abbiano diritto a cure, prevenzione e sostegno, una
società del dissenso capace di allontanare la guerra dalla storia.
Intanto la Flotillia costringe i governi europei a prendere posizione. Li abbiamo visto scandalizzarsi
per il video di Ben Gvir dove gli attivisti della Flotillia venivano umiliati e torturati dall’esercito
israeliano. Questo è niente confronto alle continue violenze e umiliazioni che i palestinesi subiscono
da decenni. La verità è che la Flotilla ha raggiunto un suo obiettivo: accendere i riflettori sulla
Palestina. Il genocidio dei palestinesi non fa notizia, invece lo fanno centinaia di donne e uomini
bianchi che mettono a disposizione il proprio corpo facendosi arrestare e picchiare per mostrare al
mondo le brutalità che subiscono i palestinesi, quotidianamente. E se Israele fa questo sotto gli
occhi del mondo figuriamoci cosa succede quando nessuno può vedere.
Chiediamo al Governo italiano di interrompere ogni protocollo d’intesa con Israele, militare e non
solo; al Governatore delle Marche di rifiutarsi di ospitare anche quest’anno militari israeliani nella
nostra regione, dopo le violenze compiute in Palestina; alla Confindustria e alle Università
marchigiane di interrompere qualunque rapporto di collaborazione con aziende e università
israeliane. Chiediamo uno stop alla repressione della solidarietà, il rispetto del diritto
internazionale e tutela per il convoglio del Sumud Convoy bloccato in Libia. Chiediamo un
Mediterraneo aperto, libero e non più via preferenziale per sionismo, colonialismo e nuovo
imperialismo del XXI secolo. La pace di cui vogliamo farci interpreti non si esaurisce nel contrario della
guerra, ma è una “pace positiva” fondata sul rispetto della dignità e dei diritti fondamentali di ogni
persona. Fatta di welfare e non di warfare, di stato sociale, non di stato di guerra.
Martedì 2 giugno 2026, alle 18.00, in Piazza Pergolesi a Jesi
si terrà il flash mob
2 GIUGNO VUOL DIRE DISARMO